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INDUSTRIA 4.0


07/02/2018

 

INDUSTRIA 4.0 

TRA NUOVE POSSIBILITA’ E VECCHIE PREOCCUPAZIONI

 

Vi è un crescente interesse verso il tema dell’industria 4.0, lo dimostra l’aumento degli investimenti e dei piani governativi, tra cui spicca il ruolo dell’Unione Europea. Secondo una ricerca di Markets&Markets, una società di B2B americana, entro il 2022 si investiranno 152,31 miliardi di dollari in questo campo, con un tasso di crescita annuo del 14,72%. In Italia, secondo una ricerca di The European House Ambrosetti, la spesa si ferma a 1,8 miliardi di euro nel 2016.

Ma esattamente, cos’è l’industria 4.0? che cosa giustifica un così ampio dispendio di risorse economiche che spingono verso la digitalizzazione delle manifatture?

L’espressione “industria 4.0” designa un modello di produzione e gestione aziendale. Secondo una definizione del Ministero dello Sviluppo Economico gli elementi distintivi sono:

 

  • Connessione tra sistemi fisici e digitali
  • Analisi attraverso Big Data
  • Adattamenti real-time

 

Questo permette una gestione più flessibile del ciclo produttivo. Le principali tecnologie utilizzate sono stampanti 3D, Robot, gestione dati in cloud e data analysis per rilevare aspetti carenti e punti di forza nella produzione.

Sul suolo europeo sono già in atto progetti governativi per spostare la “quarta rivoluzione industriale” nel mondo imprenditoriale. Sono già attivi in Germania, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito. Si tratta perlopiù di incentivi fiscali e finanziamenti per le imprese che rinnovano il proprio lavoro aderendo ai modelli di integrazione digitale.

Nel piano nazionale industria 4.0, il Ministero dello Sviluppo Economico stima di mobilitare tra gli 80 e i 90 miliardi di euro in investimenti privati entro il 2020, insieme ad un aumento di 11,3 miliardi di euro in spesa privata in ricerca e la mobilitazione di 2,6 miliardi di euro in volumi di investimenti early stage.

Il vero nodo da sciogliere nell’industria 4.0 italiana non è tanto legata alle infrastrutture, quanto al capitale umano. È sempre il Ministero dello Sviluppo Economico a porsi come obiettivo lo sviluppo di figure professionali in grado di rispondere alle richieste del mondo del lavoro 4.0. Si prevede di raggiungere quota 200 mila laureati nel settore e 3mila manager specializzati nel tema dell’industria di nuova generazione. Marco Taisch, docente alla school of management del Politecnico di Milano, afferma che non bastano “macchine connesse”, ma che vi sia un grande bisogno di “persone connesse”, professionisti in grado di muoversi all’interno dei nuovi sistemi.

Parlando di nuove tecnologie, robot e automatizzazione, sembra legittimo chiedersi quale sarà l’impatto di questa rivoluzione sul mercato del lavoro. Le indagini mostrano esiti differenti. Per esempio, la stima del World Economic Forum sostiene che 5 posti di lavoro saranno eliminati, mentre il recente rapporto sul tema della Commissione Lavoro del Senato (“impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale”) evidenzia una quota del 10% di lavoratori che rischiano di essere sostituiti, mentre il 44% dovrà modificare le proprie competenze.

Tuttavia, come fa notare Taisch, c’è da tenere presente che l’automatizzazione non coincide con l’industria 4.0 in toto. Lavorare nell’industria 4.0 non equivale ad essere sostituiti, ma implica l’aggiornamento delle competenze. Ad esempio la capacità di leggere i dati che la macchina fornisce. Non è facile comunque capire quanti e quali lavori saranno generati.

Cisco, multinazionale americana degli apparati di networking, sostiene che la domanda di lavoro sarà in parte commisurata alla diffusione di dispositivi connessi alla rete e capaci di raccogliere dati (si stimano 5 miliardi di unità entro il 2020).

Un’indagine di The European House – Ambrosetti per Adp Italia, prevede 135 mila posti vacanti nell’Ict entro il 2020 (più del 300% in più rispetto al 2015, anche se non necessariamente rientreranno tutti nel perimetro dell’impresa 4.0)

Se prendiamo in considerazione i profili manageriali, stanno già emergendo alcune figure nell’industria tecnologica. Per esempio il Chief Internet of Things Officer, ovvero un manager con supervisione sull’impiego dell’Iot in azienda, e Iot Business designer, ovvero responsabili dello sviluppo di strategie che includono i dispositivi connessi. Tuttavia la domanda attuale si concentra su ruoli già affermati: analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, hardwere engineer e soprattutto sviluppatori. Si tratta di risorse umane preziose per raggiungere l’obiettivo di riconvertire aziende esistenti secondo i canoni del digitale e dell’industria connessa.

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